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20.10.2010 - MASTELLA: «IN CERTE NOTTI SENZA SONNO HO PENSATO AL SUICIDIO»
L'intervista su «A» di Arturo Celletti
 
«Sono arrivato quasi a parlare da solo. Da solo a interrogarmi. Da solo a torturarmi. Mi dicevo: "... Se ti lasci sopraffare dal dolore frana tutto. Devi reggere te, perchè se non regge l’albero maestro c’è solo il deserto"». Clemente Mastella si ferma a pensare e un silenzio quasi irreale avvolge la grande villa di Ceppaloni. Qui un tempo nemmeno troppo lontano nascevano e morivano governi. Qui viveva un uomo potente che oggi sembra un fantasma. «È dal 16 gennaio del 2008 che non piango... Anche le lacrime mi sono state proibite». Ripete quella data sottovoce Mastella. Due giorni prima l’Udeur era stata travolta dalle inchieste. Per la moglie Sandra era stati ordinati gli arresti domiciliari. E lui, il ministro della Giustizia, indagato, era corso in Parlamento e avevo gettato la spugna: «È una caccia all’uomo, mi dimetto». -Era l’unica possibilità? La mia natura mi diceva di ribellarmi. Ma avevo paura; sì, lo ammetto, avevo una terribile paura. Capivo che non si sarebbero fermati; capivo che le procure avrebbero sferrato l’attacco più duro contro i miei affetti più cari, contro la mia famiglia. E io mi sentivo impotente. -Provò a parlarne con qualcuno? Anche con dei magistrati. Mi dicevano: Mastella sta subendo un’ingiustizia. Ma vuole la verità: quando la macchina si mette in moto tutto è inutile; non hai nemmeno la possibilità di poter controbattere. La tua parola, la tua linea, non ha nessuna forza rispetto a un potere del magistrato... Un potere di vita e di morte. Il potere di eliminare qualcuno dalla vita politica con cinismo e brutalità. -È un’accusa dura: vita e morte... Se finisci nei tentacoli del Mostro non ne esci... E per non farti tirare sul fondo devi avere un’enorme serenità. Ho passato notti senza sonno. A pensare alle troppe persone che non erano riuscite a reggere l’urto. Mi tornavano davanti i fantasmi del passato: Raul Gardini, Gabriele Cagliari... Uomini che avevano deciso di farla finita. Uno con un colpo di pistola, l’altro con una busta di plastica schiacciata sul volto. -Pensava al suicidio con comprensione o con disgusto? Con comprensione. Purtroppo con comprensione. È questo il dato più drammatico, solo questo, proprio questo. Capivo il suicidio, quasi arrivavo a giustificarlo. Pensavo, mi torturavo. Anche sul mio suicidio. Un suicidio politico. Qui, a Ceppaloni. Solo, con fantasmi e con angosce. -Mastella, sono passati trentatre mesi... Ha ragione: devo smettere di pensare, altrimenti non vivo più. Ma è dura. Terribilmente dura. All’improvviso il dramma umano dell’ex ministro Guardasigilli esce fuori con prepotenza. Dietro parole mai ascoltate. Dietro una confessione choch che fa capire quanto sia vitale mettere mano all’anomalia giustizia. Mastella racconta i giorni del buio. «Sì, la depressione voleva prendermi. Ha provato ad allungare gli artigli... Soffrivo disperatamente. E non perchè ero fuori dai giochi. Questo ci sta, questo può essere anche giusto dopo tanto tempo in prima linea. Il tormento vero era figlio dell’ingiustizia che avevo subito. E che considero ancora tale. -Ha provato a darsi una risposta? Ho passato notti a cercare di capire il perchè. E l’unica spiegazione che mi sono dato è stata politica: ho pagato perchè ho accettato di fare il ministro della Giustizia. Ma vorrei raccontarle un episodio... Un giorno un magistrato mi ha detto: "ho letto le carte, le hanno fatto una cattiveria". E io: "crede che i suoi colleghi ammetteranno l’errore?". E lui: "Non lo faranno mai perchè devono giustificare il loro operato". È così; è questo l’aspetto più sconvolgente di troppi intrecci tra vite umane e inchieste giudiziarie. -Ha mai parlato dell’anomalia giustizia con Silvio Berlusconi? La malattia non si cura con la commissione d’inchiesta. È un errore, un azzardo. Così il premier rischia di spingere tutte le procure verso una folle unità; così le legittima a tenere una sola linea, a prendere una sola strada... "Tutti insieme appassionatamente": questa sarebbe la cosa peggiore. -Parliamo di lei: si sente davvero un perseguitato? Uno legge l’indagine che parte su di me e si accorge che non c’è nulla. Nulla, nemmeno la notizia di reato. Io sono stato iscritto nel registro degli indagati a Catanzaro senza un fatto, senza una prova. E allora se un’azione così violenta arriva sul nulla e dal nulla, non può non interrogarti. Anzi devi interrogarti. Lo dico a Berlusconi e lo dico a Bersani: è ora di correggere l’anomalia. -A distanza di anni crede di dover ammettere qualche errore? Non è questo il punto. Volevano dimostrare che c’era qualcosa di sbagliato e hanno trovato il capro espiatorio. Sì, hanno eliminato l’anello debole della catena pensando che questo bastasse per rimettere a posto il sistema. -Torniamo ai giorni bui: cosa l’hai aiutata? Andrea Mugione, il mio vescovo. Veniva da me nei momenti più terribili, mi ascoltava, poggiava la sua mano sulla mia e una fede traballante diventava una fede forte. In quei momenti senza la preghiera, senza la famiglia, senza i segnali della Provvidenza... Anche la nascita della mia prima nipotina è stato un segnale. Si chiama Alessandra, proprio come mia moglie che mentre la piccola veniva al mondo era costretta a fare i conti con la prova più complicata della sua vita. -Anche Simona Ventura le rimase vicino... Certo, Simona. Mi chiamò, mi chiese di fare l’inviato dai campi di calcio. Provò anche lei a demolire la mia depressione sfidando la diffidenza di tutti... L’esperimento funzionò, l’audience mi premiò: un raggio di luce illuminava due ore della domenica, poi però c’erano i giorni feriali e le tenebre tornavano ad avanzare minacciose. -Ricorda l’idea di una sua partecipazione all’isola dei famosi? Anche quello fu un modo per dire ci sono ancora. Per battere un colpo. Ma l’isola non mi interessava e dietro un paio d’interviste "leggere" per ipotizzare una mia presenza c’era solo il disperato tentativo di ritrovare un sorriso e di tornare sulla scena. Era una piccola Resurrezione che durava ore, mentre dentro c’era ancora la morte. -Mastella le manca il potere? Mi manca la politica. Mi manca maledettamente. In queste ore sarei voluto essere lì, alla Camera, nelle Aule parlamentari... Ma oggi la mia vita è un’altra. Sono in Bruxelles. Ho perfezionato il mio francese. Sto studiando anche l’inglese. Dico la mia al Parlamento europeo. È una politica diversa, certamente più umile. -Ora davanti a lei c’è una nuova avventura: sindaco di Napoli? Ho ancora delle cose da dire. Delle fantasie, delle idee. L’entusiasmo piano piano sta rubando la scena allo sconforto. Deve farlo. Devo scacciare i ricordi bui. Devo dimenticare quel no alla mia richiesta di candidatura alle politiche. Devo mettere da parte la collera e gridare solo un’ultima volta il mio sdegno verso il Palazzo: "Non sono un appestato, non sono un bandito; la gente mi incontra e mi sorride. La gente ha capito..." -Capito? Capito che Mastella è un uomo con una grande dignità. Che è stato capace di dimettersi e di dare così una lezione di stile a chi lo considerava preso all’orgia del potere. Ora però devo ricostruire i fatti. Prepararmi a dire alcune cose. A rispondere ad alcune domande. E a spiegare quali manine si sono mosse dietro la mia vicenda politica e giudiziaria. -È forse un altro estremo tentativo per riprendere il cammino? Il cammino è già ripreso, ma l’uomo non è ancora guarito. Sa, sono come un malati di Alzaimer. Come mio padre. Lo guardavi e sembrava stare bene, ma dentro era un fantasma piegato dal morbo. Anche a me un altro morbo ha provato a piegarmi e a marchiare in modo indelebile il mio corpo e la mia anima. Ma ora basta, ora voglio solo tornare a vivere.

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